Nei giardini dei nostri cuori germoglino giustizia e carità

Carissimi*,

con grande gioia abbiamo accolto l’annuncio degli angeli ai pastori: «Non temete! Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10.11). Qual è la città di Davide? Dov’è nato questo salvatore, perché come i pastori anche noi possiamo raggiungerlo e adorarlo?

Gli angeli sono giunti fino a noi per annunciare la lieta notizia che il Bambino che nato per noi ed è nato tra noi! Egli, anche quest’anno, ha voluto prendere dimora tra noi; la nostra comunità è divenuta ancora la dimora di Dio tra gli uomini.

Nella celebrazione giubilare di mercoledì scorso, il vescovo Vito ha riportato alla nostra memoria la preghiera di dedicazione della chiesa; il testo riporta tante immagini suggestive di chiesa e, tra queste, dice: «Chiesa santa, vigna eletta del Signore, che ricopre dei suoi tralci il mondo intero e avvinta al legno della croce innalza i suoi virgulti fino al cielo»[1].

«Sul mio pianeta ci sono, come su tutti i pianeti – afferma il Piccolo Principe – le erbe buone e quelle cattive, di conseguenza dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Ma i semi sono invisibili; dormono nel segreto della terra fino a che all’uno o all’altro pigli la fantasia di risvegliarsi. Allora si stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole un bellissimo ramoscello inoffensivo. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici. E se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare». Il racconto ci insegna che per poter diventare dimora di Dio, per essere capace di accogliere il Salvatore, è necessario essere anche terreno fertile sul quale poter piantare alberi che portino frutti buoni, riconoscendo anche quei semi e quei virgulti che non danno frutto buono.

Che giardino vogliamo essere? Quali frutti vogliamo portare? Beh, certamente non vogliamo essere dei baobab, apparentemente inoffensivi, ma capaci di soffocare il terreno, renderlo del tutto inospitale. Esortandoci a divenire casa di preghiera per tutti, il vescovo ci ha quasi suggerito quale dovesse essere, non solo la nostra identità, ma anche la riflessione in questa notte santa: «Occorre tenere il cuore lontano dal chiasso quotidiano e dall’assordante rumore del mondo. Ne era convinto anche Seneca, quando affermava saggiamente che “non si è capaci di comprendere l’essenziale quando si è riempito l’animo di cose inutili”[2]. Se la mente e il cuore sono sempre in continua agitazione, pregare diventa impossibile!»[3].

Non possiamo coltivare baobab! Non solo le sue radici riempiono e “fanno scoppiare” i terreni, ma i suoi semi incamerano la paura, l’incertezza, la disillusione, la rabbia… Facciamo come il Piccolo Principe: ogni mattina strappiamo tutti i semi dei titanici baobab dal nostro cuore; essi non rischieranno di crescere troppo e le loro giganti radici distruggere tutto quello che amiamo, anche lo spazio per accogliere il Signore.

Piuttosto, facciamo spazio nei terreni dei nostri cuori agli alberi buoni. Ne possiamo contate numerosi, dalle vigne ai melograni, dagli ulivi ai mandorli. Ognuno di questi alberi produce un frutto buono; ma io vorrei che nel giardino del nostro cuore, tolti i baobab, riuscissimo – tra gli altri – ad avere anche questi due: una palma e un alloro.

Perché proprio questi? Nel Salmo 91 è scritto: «Il giusto fiorirà come palma». Allora piantare una palma, fin da piccola, vuol dire accrescere dentro di noi la giustizia; essa non è solo la virtù di chi è corretto e puntuale nelle cose. Giusto è colui che compie la volontà di Dio; come Giuseppe, come Maria. Essi hanno coltivato fin da piccoli la palma della giustizia e, per primi, sono divenuti dimora di Dio. Anche noi possiamo fiorire come una palma, permettere di far sorgere la giustizia nei nostri cuori ed essere capaci di Dio, di essere accoglienti.

Accanto alla palma, facciamo spazio anche ad un alloro; esso è un arbusto diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, spontaneo e tipico della macchia. L’alloro è usato in contesti solenni; con esso si raffigurano i poeti e i re. Pur essendo molto diffuso e poco nobile, è segno di gloria; in fondo, può essere l’arbusto che rappresenta la nostra umanità, poco nobile, ma elevata alla gloria dalla divinità del Verbo fatto uomo. S. Gregorio Nazianzeno sintetizza il dramma di questo scambio mirabile con queste parole:  «Il Verbo stesso di Dio, colui che è prima del tempo … il principio che ha origine dal principio, … assume un corpo per salvare il corpo e per amore dell’anima accetta di unirsi ad un’anima dotata di umana intelligenza… Dio, assumendo l’umanità, la completò quando riunì nella sua persona due realtà distanti tra loro: cioè la natura umana e la natura divina….io ho ricevuto l’immagine di Dio ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me e per dare a me, mortale, la sua immortalità»[4]. Una splendida antifona del tempo natalizio, di origine bizantina e ispirata a S. Agostino, canta:

O admirabile commercium! Creator generis humani, animatum corpus sumens, de Virgine nasci dignatus est: et procedens homo sine semine, largitus est nobis suam deitatem.

Meraviglioso scambio! Il Creatore del genere umano, assumendo un corpo animato, Si è degnato di nascere da una Vergine, fatto uomo senza opera d’uomo, ci donò la sua divinità.

L’alloro esprime la regalità di Cristo della quale noi siamo rivestiti; essa non si impone con fasti e presunzione, ma si propone nell’umiltà spandendo il suo soave odore. P. Sequeri scrive che la bellezza del Cristo non è seducente, ma acerba e inviolata, come l’alloro.

Uscendo dalla nostra chiesa, vi chiedo di sostare presso il presepe; il Figlio di Dio non nasce in una capanna, ma si trova in un giardino rigoglioso, tra una palma e una pianta di alloro. Non ha dimora perché fa appello a ciascuno di noi, perché possiamo essere sua dimora nella quale trovano spazio la giustizia e l’umiltà della nostra natura che lui eleva alla gloria di Dio.

Il Verbo incarnato, in quel giardino, ci chiede di essere radicati e fondati nella giustizia, nell’umiltà e nella carità; se coltiviamo i nostri cuori, insieme possiamo essere «una comunità accogliente, inclusiva, che ama e testimonia la fede con scelte coerenti e audaci»[5].

Cara Comunità di S. Antonio, continuiamo a camminare nella fede e nella speranza, radicati in Cristo e nella sua carità, per accogliere ogni giorno il Dio bambino che, con dolcezza e nell’umiltà della nostra natura, chiede di trasformare il nostro cuore e renderlo simile al suo, docile e umile.

Buon Natale di gioia e di pace!


*Omelia nella Notte di Natale, 24 dicembre 2021.

[1] Pontificale Romano, Dedicazione della Chiesa, 85.

[2] Seneca, Lettere morali a Lucillo, XI-XIII, 88, 35.

[3] V. Angiuli, La parrocchia, casa di preghiera per tutti, omelia per il 25° anniversario di Dedicazione della Chiesa Parrocchiale di S. Antonio da Padova in Tricase, 22 dicembre 2021.

[4] Gregorio di NAzianzio, Discorso O admirabile commerciuim

[5] P. Nicolardi, Ringraziamento giubileo.

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