COME TRALCI ALLA VITE, UNITI A CRISTO PER PORTARE FRUTTO DI CARITÀ

don Pierluigi Nicolardi

In questa seconda metà del tempo di Pasqua la liturgia ci invita a riascoltare alcuni momenti della vita di Gesù alla luce della risurrezione; si tratta di una sorta di pedagogia di rilettura post-eventum che permette a noi discepoli di ricomprendere con una chiave di lettura rinnovata le parole e i gesti di Gesù. Ed in questa direzione, infatti, sono risuonate nuove e più chiare le parole di domenica scorsa: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Il potere di offrire/riprendere la vita, infatti, trova senso nella logica del mistero pasquale.

Anche in questa domenica, V di Pasqua, ascoltiamo un passaggio del vangelo di Giovanni che si colloca prima della morte/risurrezione; in particolare si tratta dei discorsi di addio, un dialogo “cuore a cuore” tra Gesù e i Dodici.

Gesù parla del rapporto tra sé e i discepoli come della vite e dei tralci: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Gv 15,1-2). C’è una relazione vitale tra noi e Gesù, come tra la vite e il tralcio: vite e tralci sono un’unica pianta che si nutre della medesima linfa e insieme producono frutto. Il divino agricoltore, il Padre, toglie ciò che è infecondo sul piano della carità perché la vite possa portare frutti buoni.

L’immagine della vigna ha forti richiami con l’Antico Testamento; la vigna è simbolo del popolo dell’alleanza che non sempre ha portato frutti buoni. Il profeta Isaia racconta della premura con la quale Dio, l’agricoltore, ha piantato la sua vigna su un fertile colle e lo sdegno per aver raccolto acini amari (cf. Is 5,1-7); arriveranno i tempi messianici, racconta ancora Isaia, nei quali «Giacobbe metterà radici, Israele fiorirà e germoglierà, riempirà il mondo di frutti» (cf. Is 27,6).

La pienezza dei tempi messianici è stata inaugurata dalla Pasqua di Cristo; egli è la vite scelta nella quale scorre la linfa vitale che permette a noi, suoi tralci, di portare i frutti buoni di carità e di fraternità. Di qui, l’invito a rimanere in lui: uniti al Figlio di Dio, anche noi siamo e rimaniamo figli portando anche noi frutto, senza di lui – infatti – non possiamo far nulla (cf. Gv 15,5). E la linfa vitale che ci nutre trova due fonti; anzitutto il battesimo. Tertulliano scrive: «sed nos pisciculi secundum IXΥΘN nostrum Iesum Christum in aqua nascimur nec aliter quam in aqua permanendo salvi sumus», come piccoli pesci nasciamo nell’acqua e siamo salvi se nell’acqua rimaniamo. Il battesimo è l’alveo vitale della nostra nuova esistenza in Cristo, ma che quell’acqua continui a irrigare la nostra vita. La seconda fonte è l’Eucaristia; nutriti di Cristo, possiamo fruttificare nella carità e nella fraternità.

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