«Un solo gregge, un solo pastore». Un appello per una umanità rinnovata

don Pierluigi Nicolardi

La quarta domenica di Pasqua è la cosiddetta «domenica del Buon Pastore»; ascoltati i racconti delle apparizioni del Risorto, ora l’attenzione è rivolta a Gesù che si manifesta come buon pastore.

Egli introduce al tema che guida tutto il capitolo 10 del vangelo di Giovanni con una affermazione di identità molto forte: «Io sono»; per quanto al lettore italiano questa espressione possa sembrare alquanto banale – una sorta di introduzione ad un discorso nella logica grammaticale del soggetto-verbo-complemento – per gli uditori contemporanei di Gesù è risuonata come una bestemmia. Nella tradizione biblica, infatti, «Io Sono» è il nome che Dio ha rivelato a Mosè sull’Oreb nel fuoco del roveto (cf. Es 3,14-15) e che nessuno poteva pronunciare per non incappare nell’infrazione del secondo comandamento (cf. Es 20,7), almeno nella sua applicazione più letterale.

Gesù usa con consapevolezza questa espressione per ben cinque volte per rivelarsi come il Figlio di Dio (cf. Gv 8,24.28.58) e per autorivelarsi con ulteriori specificazioni: «Io sono… il pane, la luce, la porta, il buon pastore, la risurrezione e la vita, la via, la risurrezione e la vita, la vera vita».

«Io sono il buon pastore»; Gesù non solo si rivela come Figlio di Dio, ma specifica qualcosa in più su di sé. Emerge infatti la contrapposizione tra il pastore e il mercenario.

Il pastore ama il suo gregge e lo protegge, fino ad esporre la sua stessa vita. Queste parole trovano forza nelle profezie di Ezechiele; Dio, per mezzo del profeta, accusa coloro che sono posti a capo del popolo di non essere più guide sagge, di pascere se stessi e di ingrassare il gregge per nutrirsene: «Così parla il Signore, Dio: Eccomi contro i pastori; io domanderò le mie pecore alle loro mani; li farò cessare dal pascere le pecore; i pastori non pasceranno più se stessi; io strapperò le mie pecore dalla loro bocca ed esse non serviranno più loro di pasto» (Ez 34,10). «Eccomi! io stesso – dice Dio – mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro.  Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre» (Ez 34,11-12). Gesù si presenta ai Giudei come il vero pastore, colui che pasce con l’autorità di Dio, così come avevano preannunciato i profeti; ed egli, a differenza del mercenario, non disperde, ma raduna. E non radunerà solo le sue pecore, quelle che conoscono la sua voce, bensì anche le pecore di altri ovili. In questa immagine, l’evangelista riporta quanto già sta accadendo nella prima comunità cristiana: ci sono pecore che provengono da diversi recinti (quello giudaico e quello pagano), ma che sono tenute insieme dall’amore dell’unico pastore. Come le prime conoscono la voce del pastore e lo seguono, così anche le altre pecore impareranno la sua voce e la ascolteranno, diventando «un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16).

Anche oggi viviamo una forma di disgregazione: l’isolamento dovuto alla pandemia, ma prima ancora il ritorno delle contrapposizioni ideologiche sembrano quasi voler disperdere l’umanità e rinchiuderla in interessi di parte. Il Vangelo di questa domenica ci interpella come cristiani nell’anelito di unità, ma ci interpella anche come uomini e donne: il buon Pastore, infatti, ci chiede di essere un unico gregge, di riconoscere la dignità dell’altro, di tendere la mano per vivere realmente una fraternità universale che trova senso e compimento nella sua guida amorevole e certa.

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