COME IL SEME, MORIRE PER FRUTTIFICARE NELL’AMORE

di don Pierluigi Nicolardi

L’episodio che leggiamo in questa domenica, V del tempo di Quaresima, si inserisce in un contesto emotivamente molto forte per Gesù, quello dell’ultima sua settimana, «sei giorni prima della Pasqua» (Gv 12,1).

Dopo il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, in molti volevano incontrare Gesù; alcuni vanno dai discepoli per chiedere di vederlo, ma Gesù, conscio ormai di essere prossimo al compimento della sua vita, dice: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). Quella dell’ora è una questione particolarmente importante nel quarto vangelo; durante il primo segno, avvenuto a Cana di Galilea, quando Maria incoraggia Gesù ad essere sollecito nei confronti degli sposi, egli dice: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). L’ora di cui parla Gesù è quella della sua morte e risurrezione; e se a Cana di Galilea l’ora della manifestazione della sua gloria (cf. Gv 2,11) è affrettata dall’intervento della madre, a Gerusalemme ormai quell’ora è arrivata al compimento, tanto da introdurre un’immagine particolarmente evocativa, quella del seme: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Gesù è ormai consapevole che il tempo della sua glorificazione è giunto e che questa avverrà nella logica del seme: egli, infatti, come il seme, dovrà morire perché la sua vita, rifiorita, possa portare frutto. Non solo Gesù fa riferimento a sé, ma introduce la logica del seme anche per i suoi discepoli: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà» (Gv 12,25-26); il discepolo di Gesù deve accogliere la logica del seme: deve comprendere che, senza morte, non c’è fruttificazione, che la via del discepolato è fatta di donazione totale, anche della propria vita. È chiaro che dietro queste parole c’è un incoraggiamento dell’evangelista rivolto alle prime comunità cristiane che stanno già sperimentando le persecuzioni: i martiri, come Gesù, sono come il seme caduto in terra che muore, ma produce frutto.

Il nostro contesto cristiano contemporaneo deve poter recuperare la logica del seme; se è vero che difficilmente ci verrà chiesta la vita, è anche vero che la comunità cristiana deve recuperare la dimensione testimoniale. È necessario che, di fronte alle grandi sfide antropologiche ed etiche, noi riproponiamo il modello di umanità di Gesù che si fa dono per gli altri, che non teme di dare tutto se stesso per il bene di tutti.

E questo è vero non solo ad ampi livelli comunitari; la logica del seme va recuperata anche nella dimensione familiare, della chiesa domestica. Anche in famiglia, soprattutto nella vita di coppia, è necessario vivere nella logica del seme: donare tutto se stesso al coniuge, morire al proprio egoismo e agli interessi personali e di parte perché nasca una realtà nuova pronta a far fruttificare l’amore.

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