NEL DESERTO, PER PURIFICARCI E IMPARARE LA FRATERNITÀ

di don Pierluigi Nicolardi

All’inizio di questo percorso di Quaresima, già introdotto dall’austero rito delle Ceneri, la liturgia ci conduce con Gesù nel deserto; l’evangelista Marco, in modo molto sintetico, riporta l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo il suo battesimo al Giordano.

Il numero quaranta e il deserto sono due realtà fortemente evocative nella Sacra Scrittura; quaranta sono gli anni passati dal popolo di Israele nel deserto esser uscito dall’Egitto. Sono un tempo e un luogo nei quali Dio cerca di purificare il cuore degli ebrei, di farli passare dalla schiavitù alla libertà.

A proposito delle tentazioni di Gesù, s. Agostino, nel Commento ai Salmi, afferma che «Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria». Nonostante Dio, «con mano potente e braccio teso» (Dt 5,15) abbia liberato l’umanità dalle schiavitù, talvolta è difficile che l’umanità si senta veramente libera; a Dio – racconta un vecchio midrash – son serviti quarant’anni per far uscire gli ebrei dall’Egitto, ma non con facilità l’Egitto esce dal cuore degli ebrei e di tutti gli uomini. Gesù, assumendo la nostra carne, si lascia tentare da Satana perché noi tutti possiamo imparare a vincere il male. E l’arma della vittoria che ci ha insegnato Gesù è anzitutto la preghiera; gli altri evangelisti sinottici, Matteo e Luca, specificano quali sono state le tentazioni subite da Gesù e come egli le ha vinte.

In ogni circostanza, qualsiasi sia stata la tentazione, Gesù risponde al male opponendo la forza della Parola. Egli non cede alle pulsioni del corpo (la tentazione del pane) né alle lusinghe del potere e del dominio; ci insegna piuttosto che a vivere in comunione con il Padre e in solidarietà con i fratelli.

In questo tempo di pandemia abbiamo visto spesso l’arcobaleno, utilizzato come simbolo della speranza della fine di questo momento così difficile per l’umanità; siamo certi che la pandemia avrà un suo termine, ma è auspicabile che il segno di alleanza più bello sia l’aver creato una comunità più solidale e fraterna. Scrive Papa Francesco: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”. Che non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare. Che non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori, in parte come effetto di sistemi sanitari smantellati anno dopo anno. Che un così grande dolore non sia inutile, che facciamo un salto verso un nuovo modo di vivere e scopriamo una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri, affinché l’umanità rinasca con tutti i volti, tutte le mani e tutte le voci, al di là delle frontiere che abbiamo creato».

Il segno della comunione tra Dio e gli uomini – ci ricorda la prima lettura di questa I domenica di quaresima – è «l’arco sulle nubi», ponte tra Dio e gli uomini che in Cristo diventa non più sfuggente come un arcobaleno, ma concreto e permanente; e questa nuova alleanza che Dio stabilisce con noi per mezzo di Gesù deve essere guida per una ulteriore alleanza: una rinnovata fraternità tra tutti gli uomini e donne amati dal Signore.

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