GESÙ, IL VIANDANTE EDUCATORE

di don Pierluigi Nicolardi

Quando si pensa a Gesù e al suo stile educativo, non si può non fare riferimento alla strada. «Lungo la via» avvengono tanti incontri e su quelle strade che Gesù percorre con tanti suoi discepoli avvengono conversazioni e anche conversioni; si pensi certamente alla più celebre conversione avvenuta lungo la via, quella del nostro santo protettore s. Paolo, verso Damasco (cf. At 9,1-19; 22,3-16). Ma anche all’intervento educativo che Gesù deve fare sul gruppo dei Dodici quando, «lungo la via», tra loro sorse la questione sul chi fosse il più grande (cf. Mc 9,30-37). E che la strada abbia un significato importante lo ha detto il Signore stesso, autorivelandosi come «via, verità e vita» (Gv 14,6), significato così grande che i discepoli di Gesù erano chiamati «i seguaci della via» (At 9,2).

Per questo, se vogliamo conoscere la pedagogia di Gesù, ci dobbiamo mettere in cammino e fare strada. E noi sappiamo bene cosa evoca la strada! L’art. 10 del Regolamento Metodologico ricorda:

Il roverismo/scoltismo si ispira fortemente al valore della strada, per questo la Comunità R/S vive i suoi momenti più intensi in cammino. Infatti:

  • camminare a lungo sulla strada permette di conoscere, dominare e superare i propri limiti e dà il gusto dell’avventura;
  • portare a lungo lo zaino e dormire in tenda insegnano l’essenzialità vissuta non come privazione ma come capacità di vivere con quanto strettamente necessario, restituendo il giusto valore alle cose, consentendo di sperimentare la precarietà, che aiuta a riflettere sulle situazioni di povertà, di solitudine e di lontananza proprie di tanti fratelli;
  • camminare nella natura è un momento privilegiato di incontro con Dio che è il Creatore di tutte le cose. La comunione con il Creato fornisce ai giovani l’occasione di sentirsi maggiormente corresponsabili verso l’ambiente;
  • camminare con gli altri e incontro agli altri insegna la gioia di stare insieme, l’amicizia, la fraternità, la solidarietà e l’accoglienza;
  • la strada aiuta a vivere momenti di silenzio nei quali è possibile pensare e riflettere sul proprio percorso personale di crescita;
  • vivere la Spiritualità della strada permette di cogliere come le esperienze lungo il cammino siano doni di Dio che aiutano ad arrivare a Lui.

Già questo ci basterebbe per comprendere e riscoprire la valenza pedagogica della strada; tuttavia, l’AGESCI ci ha consegnato un altro documento prezioso, Prime riflessioni per l’iniziazione cristiana in Agesci. In questo documento sono riportate le cinque esperienze maestre dello scautismo: gioco, avventura, comunità, servizio e, chiaramente, la strada. E della strada è detto che essa è «un’esperienza dell’inizio», che ha a che fare con i primordi della vita umana (imparare a camminare fisicamente) e della vita spirituale, una esperienza graduale di apertura al sé e alla relazione. E questo ci suggerisce due piste di riflessione.

  1. La strada ci chiede di essere. Per sua natura, ogni sentiero anzitutto chiede di collocarci in una dimensione spazio-tempo ben precisa e incardinata, aperta al futuro e alimentata dalla speranza, ma senza fughe dal mondo contemporaneo, segnato talvolta anche da fallimenti e fatica.
  2. La strada “diviene”. Essa ci insegna che solo mettendosi in cammino è possibile fare esperienza; è chiaro che la spiritualità della strada si apre anche alla dimensione escatologica di un dopo e di un oltre che ha radice proprio nella logica del cammino che desidera raggiungere i confini e superarli.

E allora, fatte queste premesse che trovano fondamento nel nostro metodo, non potevo che proporvi la figura di Gesù “educatore-viandante” così come riportato nel celebre racconto dei discepoli di Emmaus. Metto in luce alcuni aspetti.

  1. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli vivono un’esperienza di smarrimento e paura; temono ritorsioni da parte dei Giudei e, inoltre, crolla il mito del Gesù-Messia che sarebbe venuto per liberarli dall’oppressione. Essi, con questi sentimenti di illusione e disillusione, vanno via del centro degli eventi, Gerusalemme, raccontandosi la delusione provata. Essi sono già per via quando Gesù «si accostò e camminava con loro». Questa nota dell’evangelista mette già in luce un aspetto del volto educativo di Gesù: egli si mette in cammino con i suoi. L’educatore non carica di pesi i propri discepoli e li manda per sentieri sconosciuti; egli prende su di sé il proprio carico, al pari dei discepoli, e si mette in cammino con essi, pronto anche, nel momento alto della fatica e della sfiducia, a caricarsi egli stesso del peso dei discepoli.
  2. Lungo la via Gesù non insegna. Egli, posto accanto ai due compagni di viaggio, suscita domande: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?»; fa sì che i suoi discepoli possano narrarsi, possano tirar fuori sentimenti, paure, rabbie. In questo senso, Gesù non si pone nelle vesti di Maestro, ma di pellegrino, anzitutto condividendo con i due viandanti la strada e la fatica, fuor di metafora, la vita e le sue ansie. Paola Dal Toso, a riguardo del rapporto capo-ragazzo, scrive: «La figura dell’educatore scout come “fratello maggiore” oggi più che mai può essere un riferimento davvero significativo nell’esperienza concreta di fraternità, nel rapporto di ascolto e condivisione, nello stabilire una autentica relazione con un adulto». Ascolto e condivisione diventano i due cardini della relazione educativa, così come emerge anche dal racconto evangelico.
  3. Gesù, dopo aver fatto parlare i due, dopo che essi hanno dato spazio alla propria narrazione e hanno stabilito una relazione con il nuovo compagno di strada, inizia una nuova narrazione. «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro…». E qui ci sono altre due importanti provocazioni:
    1. Gesù inizia il suo ruolo di “fratello maggiore” quando è stabilita una relazione con i due discepoli; è necessario che si instauri un rapporto di fiducia, che chi ci è stato affidato comprenda che accanto a sé ha una persona che anzitutto voglia condividere un tratto di strada, senza giudicare, ma, in un’autentica relazione educativa, il giovane RS trovi nel capo adulto una figura con cui confrontarsi e in cui identificarsi per edificare positivamente la propria persona.
    1. Per fare ciò, Gesù rimanda ai discepoli la verità delle cose. L’educatore non è un imbonitore di valori che egli stesso non vive, né un camerata che approva e condivide tutto quanto fa il giovane. Egli è colui che ben conosce i valori perché li vive e per questo ne diviene testimone; la testimonianza cristiana del capo si fonda su una struttura di fede personale matura, anche se sempre in cammino, come e con il giovane RS.
  4. Gesù è invitato a restare con i compagni di viaggio. La strada diventa lo strumento che ci consente di costruire comunità e di rimanere nella relazione.
  5. Tuttavia è significativo che i due discepoli di Emmaus comprendano a pieno quanto Gesù ha detto e fatto solo dopo che egli, nel gesto della frazione del pane, scompare dai loro occhi: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». Nella relazione educativa capita spesso che si sperimenti il senso di fallimento; sembra che i nostri ragazzi non abbiamo preso nulla di quanto vissuto insieme. Eppure, se il nostro servizio da capi è stato vissuto nell’orizzonte della testimonianza autentica, i frutti li coglieranno i ragazzi stessi nella vita, quando la nostra figura e il nostro servizio non ci sarà più. L’esperienza più bella, certamente, è sapere che nella loro vita, come i discepoli di Emmaus, saranno pronti a partire «senza indugio» per essere essi stessi testimoni.

Siamo anche noi viandanti; possiamo essere testimoni credibili se prima avremo fatto noi stessi questo percorso con il divino viandante e se non ci sentiamo mai arrivati, ma sempre in cammino tra fratelli e da fratelli maggiori.

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