Purificati da Gesù per essere membra vive della comunità

di don Pierluigi Nicolardi

Il miracolo della guarigione del lebbroso, che ascoltiamo nel vangelo di questa VI domenica del Tempo Ordinario, possiamo leggerlo in una sorta di continuità con la guarigione della suocera di Pietro. Tale continuità non è solo legata all’azione taumaturgica che Gesù riserva nei confronti dell’umanità sofferente; ogni miracolo non ha solo una relazione con la guarigione fisica della persona, ma primariamente con la fede e con la persona nella sua integralità. Gesù, infatti, guarendo la suocera di Pietro, non solo la libera dalla febbre, ma le restituisce la dignità rimettendola in piedi.

Il miracolo della guarigione del lebbroso ci fa compiere un passo in avanti; il lebbroso, infatti, non è semplicemente “guarito”, bensì “purificato”. Nella legge ebraica, infatti, la lebbra (e tutte le malattie che esponevano la persona al contatto col sangue) era causa di impurità rituale e questo voleva dire l’impossibilità di frequentare il tempio o la sinagoga; inoltre, a motivo della contagiosità della malattia, le persone affette da lebbra erano costretta ad allontanarsi dai propri affetti e vivere isolati fuori dai villaggi e dalle città. La lebbra, allora, non era solamente una malattia particolarmente aggressiva sul piano fisico, ma uccideva, per così dire, la persona anche sul piano sociale: ai lebbrosi veniva negata la possibilità di due relazioni fondamentali per lo sviluppo della persona, quella con gli altri e quella con Dio.

Gesù, purificando quest’uomo, lo guarisce dalla malattia, ma soprattutto lo rimette nelle condizioni di entrare nuovamente in relazione con gli altri e con Dio stesso; egli ridona “vita sociale” al lebbroso. Rimandando quest’uomo al sacerdote, lo invita a riprendere la vita sociale, passando dall’essere invisibile ad essere nuovamente membro della comunità.

Papa Francesco, in un discorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ha ribadito la necessità di superare l’attuale cultura che, come un tempo, emargina e non si prende cura dell’umanità vulnerabile: «In realtà – scrive il Papa – una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza».

Gesù ci mostra in modo inequivocabile come con misericordia, non solo rimette in piedi la nostra umanità ferita dal peccato ridonandoci la nostra dignità personale (in piedi, come la suocera di Pietro), ma ci ricorda che il nostro modo di realizzare la nostra umanità è nella relazione.

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