San Vincenzo, saldo nella fede e animato dalla speranza nell’eternità

Omelia di don Pierluigi Nicolardi in occasione della Novena a S. Vincenzo, diac. e mart., patrono della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca. Ugento, Chiesa Cattedrale, 20 gennaio 2021.

Cari fratelli e sorelle,

in queste prime settimane del tempo ordinario, nei giorni feriali, stiamo ascoltando la lettura continua di uno degli scritti più profondi del Nuovo Testamento, la Lettera agli Ebrei. L’intento principale dell’autore di questa lettera è presentare Gesù come sommo sacerdote, un titolo del tutto inedito nel Nuovo Testamento.

L’autore della lettera è ben cosciente che è difficile presentare Gesù nella veste di sommo sacerdote, soprattutto ai destinatari di questa esortazione, gli Ebrei. Nella tradizione ebraica, infatti, l’accesso al sacerdozio era legato all’appartenenza alla tribù di Levi; Gesù non era di classe sacerdotale perché appartenente alla tribù di Giuda. Egli, infatti, è figlio di Giuseppe della casa di Davide, appunto della tribù di Giuda.

Eppure l’autore non indugia nel sostenere che Gesù è un sommo sacerdote «misericordioso» e «degno di fede» (Eb 2,17); questi due attributi, che l’autore spiega nei primi capitoli, esprimono i caratteri specifici del sacerdozio di Cristo. Egli è in perfetta comunione con Dio perché «degno di fede», e solidale con gli uomini perché «misericordioso».

Ma resta la necessità per l’autore di spiegare come Gesù possa essere considerato tale, un sommo sacerdote. Di qui l’espediente narrativo – che abbiamo ascoltato nella liturgia odierna – trovato dall’autore di presentare, opposto al sacerdozio levitico, quello di Melchisedek. Nel libro della Genesi, al capitolo 14, si racconta che Melchisedek andò incontro ad Abramo benedicendolo e riscuotendone la decima. Questa figura misteriosa torna utile all’autore della Lettera agli Ebrei perché di Melchisedek non sono riportate le origini e il suo sacerdozio non è tramesso per discendenza, non essendoci ancora al tempo di Abramo la tribù di Levi. E proprio perché è «senza padre e senza madre, senza genealogia» (Eb 7,3) è simile al Figlio di Dio e «rimane sacerdote per sempre», così come pure abbiamo ripetuto nel salmo responsoriale (cf. Sal 109).

Nella Lettera, l’autore fa diversi riferimenti al sacerdozio levitico, soprattutto per mettere in evidenza l’assoluta originalità del sacerdozio di Cristo; uno di questi riferimenti è relativo al rito di consacrazione dei sacerdoti levitici. Nel libro dell’Esodo, infatti, è descritta la modalità di consacrazione dei sacerdoti; in questo brano si dice che, dopo aver fatto purificare e rivestire degli abiti sacri i sacerdoti, venivano messe loro tra le mani le offerte per il sacrificio (cf. Es 29,24). Questo gesto era chiamato riempimento che in greco si traduce con la parola perfezionamento (teleiosis); l’autore della Lettera agli Ebrei sostiene che Cristo è sommo sacerdote perché, pur non avendo avuto la consacrazione secondo il rito levitico, ha vissuto questo perfezionamento – l’espressione «reso perfetto» ricorre diverse volte infatti (cf. Eb 2,10; 5,9; 7,28). La novità del sacerdozio di Cristo, allora, risiede nel fatto che egli può essere sommo sacerdote «misericordioso» e «degno di fede» non a motivo dell’appartenenza ad una tribù, quella levitica, né perché presenta il grasso di montoni e di tori, come nell’antico sacerdozio. Egli presenta il sacrificio di sé; tra le sue mani ha l’offerta della propria vita.

Riempito (perfezionato) dal sacrificio della propria vita, Cristo presenta se stesso al Padre e diviene sommo sacerdote solidale con gli uomini e in perfetta comunione con Dio (cf. Eb 4,14-16). In latino, l’espressione sommo sacerdote è anche riportata con la parola pontifex; egli, degno di fede perché in comunione con Dio, e misericordioso perché solidale con gli uomini, è il perfetto mediatore, il ponte tra Dio e gli uomini. Proprio per questo, al capitolo 12 della Lettera, l’autore afferma che Gesù è «Mediatore della Nuova Alleanza» il cui sangue dell’aspersione ha la «voce più eloquente di quello di Abele» (cf. Eb 12,24).

Il sacerdozio di Cristo, che è una forma inedita in tutta la Sacra Scrittura, tuttavia, pur esercitato in forma assolutamente piena e perfetta da Gesù, pontefice e Mediatore della Nuova Alleanza, ci interpella, ci coinvolge e ci riguarda. La vita cristiana, infatti, non è semplice imitazione di un uomo virtuoso che ha vissuto la sua esistenza in maniera piena, per cui sentiamo il bisogno di ricalcarne le orme. La vita cristiana è di più! È conformazione all’immagine del Figlio (cf. Rm 8,29), di Gesù Cristo; Egli non ci dà semplicemente un esempio, ma ci immerge nel mistero della sua vita, invitando a lasciarci da lui trasfigurare.

Carissimi,

La vita del martire Vincenzo ci parla della sua piena adesione a Cristo e ribadisce che la fede in Cristo non è una semplice adesione ad una serie di norme, di leggi, né una pia pratica di preghiere e devozioni. La fede cristiana è comunione con Dio e solidarietà con gli uomini, comunione e solidarietà che, talvolta, conducono allo stesso stato di perfezionamento di Cristo. Vincenzo, infatti, ha «reso perfetto» se stesso offrendo il proprio corpo «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (cf. Rm 12,1); egli, infatti, nel martirio, sull’esempio di Cristo, ha presentato a Dio, come culto spirituale, non già il sacrificio di montoni e di tori, ma il suo stesso corpo.

Sant’Agostino, scrivendo del nostro patrono, afferma di essere davanti ad uno spettacolo stupefacente: Vincenzo va incontro al suo carnefice con sorprendente fortezza, saldo nella propria fede, con la speranza dell’eternità, per l’amore di Cristo. Le parole di S. Agostino – «la giustizia del martire conferiva attrattiva a tutti questi tormenti da inorridire; e proprio tanta sorprendente fortezza – per la fede, la devozione, la speranza dell’eternità, per l’amore di Cristo – conferiva dignità di gloria all’aspetto tetro e funesto dei tormenti e delle ferite» (Nel natale di S. Vincenzo, Discorso 277/A) – sembrano scritte a commento dell’esortazione che l’autore della Lettera agli Ebrei indirizza a tutti i cristiani; nella Lettera, l’autore esorta ad essere «pieni di zelo» e a non essere pigri in attesa della speranza che avrà compimento alla fine (cf. Eb 6,11). Vincenzo ha perseverato nella fede e ha sperato e per questo, divenuto immagine dello splendore del Cristo, è testimone luminoso per noi; vinto il tiranno e il Maligno, Vincenzo entra nella schiera degli eletti e noi, anche per la sua fede, la sua parola e la sua testimonianza verace, per l’offerta della propria vita crediamo in colui che è morto e risorto per noi.

Con il poeta Prudenzio, ci affidiamo alla protezione di San Vincenzo:

«O soldato del tutto invincibile,

più valoroso dei più valorosi,

i tormenti furiosi e violenti

già tremano perfino loro davanti alla tua vittoria.

Il Cristo Dio ne è stato spettatore,

e ti ricompensa con l’eternità;

hai condiviso la sua croce,

ed egli ti incorona con la sua mano generosa.

Deponi questo misero fragile vaso,

fatto di terra impastata che si disperde e perisce,

e vieni libero al cielo!».

Anche oggi non mancano occasioni per rendere testimonianza a Cristo; non abbiamo alcun tiranno che ci chiederà un martirio di sangue, ma ogni giorno siamo chiamati a rendere ragione della speranza che è in noi (cf 1Pt 3,15) e a fare l’offerta dei nostri corpi come culto spirituale a Dio gradito (cf. Rm 12,1): chiediamo che, per l’intercessione del nostro Patrono, possiamo anche noi resistere nelle nostre piccole lotte quotidiane, riponendo la nostra fiducia in Colui che ci ha dato la forza di vincere perché Egli stesso ha vinto il mondo. Impariamo a dire, con fiducia, «tutto posso in Colui che mi dà la forza!» (Fil 4,13).

Ti prego, Padre, per questa chiesa diocesana, perché, per la forza della parola e dell’offerta della propria vita, radicata e fondata in Cristo tuo Figlio, salda nella fede (cf. Col 2,7), possa dare la bella testimonianza di fede e, per questa, come il glorioso Vincenzo, condurre sempre più uomini e donne al tuo cuore di Padre per contemplare in eterno la tua gloria.

Così sia!

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