In Cristo, figli amati del Padre

don Pierluigi Nicolardi

Dopo la breve e intensa introduzione nella quale l’evangelista esplicita l’oggetto del suo vangelo (cf. Mc 1,1), s. Marco riporta la prima predicazione del Battista, con la forza di un ruggito. Le parole di Giovanni hanno richiami antichi; il Battista indica Gesù come “il più forte” e “lo Sposo”.

Anzitutto, Gesù è “il più forte”. Egli è colui che sconfigge il peccato e la morte perché è più forte di queste realtà; Gesù stesso si presenta come il più forte. Nello stesso vangelo di Marco, infatti, al cap. 3, afferma: «Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa» (Mc 3,27). Gesù è più forte del male, egli è l’hagios ischyrosDeus fortis, il Dio forte.

Giovanni Battista introduce poi una immagine che evoca fortemente l’Antica Alleanza, quella sponsale: «Io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali» (Mc 1,7); non si tratta di semplice riverenza nei confronti del cugino-Messia, ma di una vera e propria professione di fede.

Il riferimento biblico è alla legge del levirato (levir, cognato, cf. Dt 25,5-10). Il Battista riconosce in Gesù il vero Sposo, l’unico ad avere diritto sulla Sposa, la Chiesa. Soprattutto nella letteratura profetica, infatti, emerge chiara la relazione tra Dio e il popolo vista nell’orizzonte della nuzialità. Isaia, Geremia, soprattutto Osea, mettono in evidenza questa speciale relazione tra Dio e il popolo, preconizzando un tempo nel quale Dio sposerà definitivamente il suo popolo e, quest’ultimo, gli rimarrà fedele per sempre. «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo» (Is 62,4); e ancora in Osea: «Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. […] Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,16.21). In Apocalisse, finalmente, si sancirà la maturazione del tempo: «Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente» (Ap 19,7-8).

Usando questa espressione, Giovanni mette in evidenza anche che il tempo è compiuto! Siamo nel tempo delle epifanie; dopo la manifestazione di Gesù ai Magi, ora è Giovanni che manifesta Gesù al popolo ebraico, presentandolo come lo Sposo.

In quei giorni, continua il testo, Gesù stesso si presenta da Giovanni per essere battezzato. Marco non riporta il dialogo tra i due, si limita ad annotare l’evento; tuttavia quello che accade è significativo: colui che è senza peccato si mette in fila con i peccatori, mostrando estrema solidarietà con il genere umano, una solidarietà, afferma P. Sequeri, pagata «a caro prezzo». S. Paolo afferma: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21).

L’ultima manifestazione di Gesù è certamente la più solenne. È una doppia teofania: lo Spirito Santo si posa su Gesù dando testimonianza e in ultimo è la voce stessa del Padre che si fa sentire: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11).

In Cristo, l’uomo forte che ci ha liberati dal peccato e dalla morte, lo Sposo che ha dato compimento alla nostra esistenza, anche noi siamo figli amati di Dio.

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