PREPARIAMO LA VIA AL SIGNORE CHE VIENE!

Commento al Vangelo della II domenica di Avvento di don Pierluigi Nicolardi

Il vangelo di questa II domenica di Avvento ci riporta alle prime battute del Vangelo secondo Marco. Approfittiamo per spiegare la struttura di questo vangelo che ci accompagnerà lungo tutto l’anno liturgico.

L’evangelista costruisce il vangelo attorno ad un espediente letterario che gli studiosi chiamano “segreto messianico”; il racconto di Marco inizia con una chiara affermazione di identità del protagonista del vangelo – «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). L’evangelista spiega subito al suo lettore di chi si parla, ma poi, nel corso del testo, non citerà più i due titoli cristologici “Cristo” e “Figlio di Dio”, se non in due momenti importanti che segnano il ritmo del racconto marciano, ossia a metà del vangelo e alla fine, secondo il seguente schema:

  • «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1): l’evangelista palesa l’identità del protagonista e poi tace.
  • «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29): Pietro fa la professione di fede.
  • «Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39): pronunciato dal centurione romano che è testimone della sua morte.

Marco configura il suo racconto in questo modo perché vuole accompagnare il lettore a diventare discepolo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Il perché di questo espediente letterario è chiaro: affermare tutta l’identità divino-umana di Gesù per poi prendere per mano il lettore e, accompagnandolo lungo la via della sequela, fargli fare esperienza di Gesù e proclamare la propria fede in lui. Come per il centurione, siamo chiamati a riconoscere Gesù come Figlio di Dio nell’esperienza più drammatica della sua esistenza, ossia la crocifissione. Paolo afferma: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (Rm 10,9-10).

Il vangelo di Marco non inizia con il racconto dell’annunciazione e nascita di Gesù (cf. Mt 1-2; Lc 1-2), bensì con l’invito a preparare la strada al Messia che viene; le ragioni di questa scelta sono legate al fatto che Marco non ha interesse a narrare come è avvenuta la nascita di Gesù, ma tracciare le direttrici della sua missione per suscitare nel lettore la sequela. Il vangelo inizia, invece, con la voce forte del Battista che, nel deserto, grida; e proprio a questa immagine del Battista è legata al simbolo dello stesso evangelista, il leone.

In questa domenica, in particolare, l’inizio del racconto di Marco si apre con la citazione di un passaggio del profeta Isaia:

«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri» (Mc 1,2-3).

Nel testo di Marco la voce grida nel deserto; in Isaia la voce grida di preparare nel deserto una via al Signore. Entrambi i testi mettono in evidenza la necessità di preparare una strada a Dio che viene; Isaia lascia intendere che questa via deve essere approntata nel deserto della nostra vita, nelle nostre solitudini, lì dove sembra abitare il vuoto. Nel Vangelo di Marco lo spostamento indietro della parola “deserto” è propedeutico al riferimento a Giovanni Battista, descritto come un uomo dalla vita radicale che abita i deserti.

In ogni caso, vale il messaggio di fondo: nel deserto delle nostre vite, siamo chiamati a spianare una strada a Dio. L’evangelista – e la liturgia a inizio di questo tempo di avvento – ci suggerisce che c’è una strada di Dio verso gli uomini e una strada dell’umanità verso Dio. Ed è la stessa strada: l’umanità di Gesù.

È Gesù Cristo, Figlio di Dio, la via del Padre verso gli uomini e la via degli uomini verso Dio. «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo», ci ricorda Gaudium et spes n. 12, ma il mistero del Verbo incarnato è anche il rivelatore della verità di Dio (cf. Gv 1,18). Questo passaggio diventa fondamentale per comprendere la solennità del Natale: l’incarnazione del Verbo è il punto di incontro tra Dio e l’uomo! Anche nella tradizione rabbinica ebraica – nella quale era inconcepibile che Dio si facesse uomo o che l’uomo fosse divinizzato – si dice che se Dio scende verso l’uomo nella sua misericordia, anche l’uomo sale, seppur dieci palmi più sotto del trono divino. È scritto nei testi rabbinici:

Rabbi Jose dice: la Shekinah non è mai discesa in basso, né Mosè ed Elia sono mai saliti in alto, come sta scritto: il cielo è il cielo del Signore; la terra la diede agli uomini (Sal 115,16).

– Non è discesa in basso la Shekinah? Eppure sta scritto: Il Signore discese sul monte Sinai (Es 19,20).

– Dieci palmi più in su.

– Eppure sta scritto: In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi (Zc 14,4).

– Dieci palmi più in su.

– Non sono saliti in alto Mosè ed Elia? Eppure sta scritto: Mosè salì verso Dio (Es 19,3).

– Dieci palmi più sotto.

– Eppure sta scritto anche: Ed Elia salì nel turbine verso il cielo (2Re 2,11).

– Dieci palmi più sotto.

Se per gli ebrei era scandalosa la discesa di Dio e la salita dell’uomo, in Cristo non c’è più distanza, anzi, nel meraviglioso scambio che ci ha redenti (S. Agostino), il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo, perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio» (cf. S. Ireneo di Lione, Adversus haereses).

Giovanni Battista, nel testo del vangelo, assume l’identità del profeta che annuncia questo grande evento, che invita gli uomini e le donne di ogni tempo a prepararsi a questo incontro che segnerà per sempre la nostra esistenza. Infatti, il messaggio di Giovanni Battista non fa troppo leva sulla conversione morale, bensì sulla sequela di colui che verrà dopo di lui; la conversione, infatti, diventa la condizione necessaria per mettersi dietro Gesù: Giovani battezza con acqua – segno del lavacro – ma Lui battezzerà in Spirito Santo (cf. Mc 1,8).

È interessante, inoltre, il modo in cui Giovanni Battista si propone rispetto a Gesù:

  • egli è voce, rispetto a Gesù che è Parola. Giovanni si rappresenta come uno strumento nelle mani di Dio, pronto a lasciare spazio alla Parola, al Logos.
  • Egli è l’amico dello sposo. Se è vero che questa espressione è esplicitamente usata nel vangelo di Giovanni (cf. Gv 3,29), è anche vero che c’è una espressione usata dal Battista nel vangelo di Marco che rimanda a questa figura del paraninfo. Giovanni dice: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali». Il segno dei legacci rimanda alla legislazione matrimoniale; nel libro del Deuteronomio è riportata la legge del levirato. Essa sostiene che, se un uomo muore senza lasciar discendenza, il parente più prossimo all’uomo (il fratello) deve prendere in sposa la vedova per assicurare la discendenza al defunto; se l’uomo rifiuta di prendere in sposa la donna, essa può andare allo sposo a togliere il sandalo all’uomo come segno dello scioglimento del legame tra loro. Giovanni afferma che non è degno di sciogliere i legacci dei sandali perché lo Sposo è pronto per le nozze.

Disponiamoci ad accogliere l’invito del Battista; lasciamoci raggiungere dal suo invito alla conversione per essere pronti a seguire Gesù, il Figlio di Dio, Sposo legittimo della Chiesa e dell’umanità intera.

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