VIGILANTI, NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA!

Il vangelo di questa domenica, I di Avvento, si apre e si chiude con la stessa esortazione: «Vegliate».

Il tema della vigilanza, che ha caratterizzato anche le ultime domeniche dell’anno liturgico appena chiuso, è costitutivo della vita cristiana; infatti, questo invito non vale solo per il tempo forte dell’Avvento, deve essere piuttosto proprio del cristiano in ogni momento della propria esistenza. San Basilio, infatti, scriveva che «Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene».

Questo tempo di Avvento, allora, deve prepararci da un lato all’incarnazione del Signore; ci stiamo preparando ad accogliere nuovamente il Signore Gesù in questo tempo così difficile e segnato da tante ferite – la solitudine, l’isolamento e le nuove forme di povertà messe in luce dal virus. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che non attendiamo semplicemente la nascita di Gesù Bambino: noi viviamo qui e oggi il mistero dell’Incarnazione, il mistero del Dio inaccessibile che si fa prossimo all’umanità di questo tempo, anzi la sua prossimità è tale da farsi uomo egli stesso. «L’Eterno – diceva Guardini – entra nel tempo» e porta nel cuore dell’umanità, nel misterioso scambio d’amore, il germe dell’eternità e del rinnovamento.

Dall’altro lato, questo tempo di Avvento deve ricordarci costantemente che siamo in attesa del ritorno glorioso del Figlio dell’Uomo, così come abbiamo ascoltato e celebrato domenica scorsa, solennità di Cristo Re. «Il cristiano – ribatte il cardinal Newman – è colui che attende il Cristo» e sa riconoscere i segni della sua venuta.

E l’attesa – ve lo ricordo spesso – è tutt’altro che un atteggiamento passivo; attendere non vuol dire balconear, stare a guardare. L’etimologia latina del temine ci suggerisce un significato del tutto differente: ad-tendere. L’Avvento, allora, esprime il suo potenziale di speranza perché è il tempo che fa tendere verso, che ci proietta verso il futuro.

Gesù nella breve parabola del vangelo di oggi non vuole farci assalire dall’angoscia dell’attesa; egli vuole spronare i suoi discepoli a vivere la vita nell’impegno e nella vigilanza, abitando la casa del padrone e continuando a lavorare per l’edificazione del bene. È facile intravedere nell’immagine della casa la comunità cristiana: in essa ogni battezzato è chiamato, nella fedeltà quotidiana, a lavorare per edificarla e per renderla ospitale in attesa dell’arrivo del Signore.

Nella comunità cristiana, come nella casa, ciascuno ha il proprio compito; in particolare – ricorda Gesù – c’è il compito specifico del portiere: esso dovrà vigilare perché non sia preda dei ladri.

Il compito di vigilare si esercita su due fondamentali livelli:

  1. Sulla comunità cristiana nella sua interezza; preghiamo, allora, per coloro che sono posti come sentinelle per la Chiesa perché possano essere sempre trovati svegli e vigili.
  2. Sulla coscienza di ciascuno; ogni cristiano è sentinella per il proprio cuore e questo tempo ci ricorda l’esigenza di vigilare nella fede perché – direbbe l’apostolo Pietro – il leone ruggente non ci trovi dormienti e impreparati (cf. 1Pt 5,8-9).

«Sentinella, quanto resta della notte? / La sentinella risponde:

Viene il mattino, poi anche la notte; /se volete domandare, domandate,

convertitevi, venite!» (Is 21,11-12)

L’attesa, anche se lunga, terminerà e, quando il Signore sarà tornato, possa trovarci svegli e vigili con le cinture ai fianchi e le lucerne accese (cf. Lc 12,35).

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